[Electronic Antiquity]

ELECTRONIC ANTIQUITY:
COMMUNICATING THE CLASSICS

Current Editor
Terry Papillon, Terry.Papillon@gmail.com
Volume 2, Number 5
March 1995


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MYSTERIA RHETORUM. CICERONE E LE PASSIONI DELL'ORATORE


Emanuele Narducci,
Dipartimento di Scienze dell'antichita',
Universita' di Firenze,
via Alfani 31,
50121 Firenze.
Italy.
E-mail: narducci@mailserver.idg.fi.cnr.it

Les passions sont les seuls orateurs qui persuadent toujours: elles sont comme un art dans la nature, dont les regles sont infaillibles. Par elles l'homme le plus simple persuade mieux, que ne fait le plus habile avec toutes les fleurs de l'eloquence LA ROCHEFOUCAULD, Maximes, 45

1. Compito sommo dell'oratoria e' dominare le menti degli uomini, suscitare in esse a piacimento i sentimenti piu' vari, dall'ira, al dolore, alla misericordia. E' possibile una tale malia, senza che lo stesso incantatore ne resti irretito? Cicerone non aveva in proposito idee univoche, e in momenti diversi arrivava a esprimere opinioni del tutto contrastanti. "E' impossibile che l'ascoltatore provi dolore, avversione o rancore, che senta un timore, che venga trascinato al pianto o alla misericordia, se tutti quei moti dell'animo, che l'oratore intende suscitare nei giudici, non si mostreranno come impressi a fuoco (inpressi atque inusti) nello stesso oratore. Se fosse necessario addossarsi una passione fittizia, e se in una orazione del genere tutto fosse imitato e contraffatto (nihil esset nisi falsum atque imitatione simulatum), ci vorrebbe forse un'arte piu' grande [...]; a me non e' mai successo di voler suscitare nei giudici dolore o misericordia o invidia o avversione, senza sentirmi io stesso mosso dalle passioni alle quali li volevo trascinare": queste le parole di Antonio, in de oratore II 189. Ma nelle Tusculanae (IV 55), nel contesto di una complessa presa di posizione nei confronti della teoria peripatetica delle passioni, Cicerone si esprimera' con toni ben diversi: all'oratore non si conviene minimamente l'adirarsi, mentre non e' per lui disdicevole simulare la collera. Egli non e' certo in preda all'ira quando, a cose ormai fatte da tempo (iam rebus transactis et praeteritis), mette per scritto l'orazione che ha pronunciato (1). Esopo non era iratus quando recitava, e neppure Accio quando componeva i suoi drammi. Sia l'attore che l'oratore, di fronte al pubblico, non perdono il sangue freddo; ogni cosa, nella loro performance, avviene leniter et cum mente tranquilla. La distanza tra i due testi che abbiamo ricordato si apprezzera' maggiormente tenendo conto del fatto che anche Antonio aveva fatto ricorso agli esempi dell'attore e del poeta: il primo, per quanto reciti ogni giorno la stessa scena, non puo' mai farlo senza un genuino dolor ; e Pacuvio, componendo le sue tragedie, non era certo leni animo ac remisso . Immediatamente dopo, l'autorita' di Platone e di Democrito viene invocata a testimonianza del fatto che non si da' vera natura di poeta senza una sorta di entusiasmo o di ispirazione che ha qualcosa dell'invasamento ( sine inflammatione animorum [...] et sine quodam adflatu quasi furoris: de orat. II 194).

Una contraddizione cosi' lampante non poteva sfuggire agli interpreti: ad Alain Michel si deve un tentativo di soluzione il quale, per quanto acuto, finisce per vanificare la stessa contraddizione. Nelle Tusculanae Cicerone condannerebbe la teoria peripatetica che ammette le passioni nell'animo del saggio; ma senza bandire, neanche qui, la nozione platonica di un entusiasmo che puo' manifestarsi sotto la forma di sacro furore. Il contrasto tra i nostri due testi sarebbe percio' solo apparente, perche' ambedue si potrebbero integrare in uno stesso sistema di pensieri. L'ira cui Antonio fa riferimento nel de oratore sarebbe un entusiasmo platonico, piu' che la collera nel senso stoico, e psicologico, del termine; non avrebbe cioe' niente a che fare con le passioni condannate dagli stoici, dalle quali si distinguerebbe per il semplice fatto di essere volontaria, di obbedire cioe' ai decreti della ragione (2). Io credo - e su questo tornero' in seguito - che Michel abbia intuito alcune delle leggi che governano i comportamenti dell'oratore ciceroniano; ma non piu' che intuito: lascia infatti molto perplessi il modo in cui lo studioso francese articola le proprie argomentazioni. Le parole di Antonio non lasciano dubbi sul fatto che le passioni sperimentate dall'oratore sono le stesse che egli intende provocare nell'uditorio. La soluzione di Michel paga lo scotto di estendere, in qualche modo, al de oratore quello stoicismo che anche molti anni piu' tardi, e sempre con riserve fortissime, non arrivera' a costituire piu' che uno dei poli dell'ondeggiamento filosofico di Cicerone. Sforzandosi di colmare il divario fra le Tusculanae e il precedente dialogo retorico, Michel arriva ora a identificare l'ira dell'oratore con l'entusiasmo platonico, ora anche a sostenere che la passione descritta da Antonio non sarebbe propriamente la collera, ma piuttosto cura o dolor, un sentimento di rivolta morale ispirato dalla vista dell'ingiustizia, e percio' strettamente legato alla saggezza e alla ragione. Antonio, tuttavia, era stato bene attento a distinguere tra le emozioni che lo studioso francese vorrebbe riunire; hoc vos doceo [...] ut in dicendo irasci, ut dolere, ut flere possitis (de orat. II 196). E Crasso si era mostrato del tutto d'accordo col suo interlocutore sul fatto che la dottrina del Portico e' completamente inutilizzabile agli scopi dell'oratore, in primo luogo perche' sostiene tesi largamente contrastanti con le opinioni comuni ("sarebbe assurdo affidare una qualunque assemblea a chi ritenesse che nessuno dei presenti sia ne' sano di mente, ne' cittadino, ne' libero"); in secondo luogo perche' fa uso di uno stile argomentativo troppo "secco", inadatto a fare presa sull'uditorio. Crasso aggiungeva una frecciata umoristica, che sembra tornare particolarmente al caso nostro: cose del genere si possono tranquillamente dire in faccia agli stoici, senza timore di incorrere nella loro collera; per propria espressa dichiarazione, essi sono infatti incapaci di adirarsi (de orat.. III 65). Al tempo in cui sosteneva opinioni del genere, Cicerone difficilmente avrebbe potuto trovarsi d'accordo con quanto, diversi anni piu' tardi, egli stesso avrebbe scritto nelle Tusculanae.

D'altra parte, e' difficile sfuggire all'impressione che in quest'ultima opera l'autore intenda svolgere una sorta di "palinodia" nei confronti delle opinioni di Antonio; orienta in questo senso gia' la scelta degli identici paragoni: il poeta e l'attore stanno in ambedue i casi a significare i due distinti versanti dell'attivita' oratoria, la composizione scritta e l'actio di fronte al pubblico. Si devono poi osservare il ricorrere di espressioni simili (leni animo ac remisso vs. leniter et cum mente tranquilla) a esprimere un concetto una volta affermato e l'altra negato - la realta' o meno del coinvolgimento emotivo dell'attore e del poeta -, come pure le contrastanti posizioni assunte a proposito della simulatio (nihil ut opus sit simulatione et fallaciis, de orat. II 191 vs. simulare non dedecet, Tusc. IV 55).

Della contraddizione sara' insomma necessario prendere atto. Si potrebbe pensare che in un lungo arco di anni Cicerone avesse semplicemente cambiato idea, conquistando una visione piu' "filosofica" dell'oratoria; una soluzione a portata di mano, e verso la quale lo stesso Michel mostra qualche propensione. Ma la rende alquanto dubbia la rappresentazione che nell'orator - di poco antecedente le Tusculanae - Cicerone da' delle proprie stesse qualita' oratorie: "non vi e' alcun modo di eccitare o di placare gli animi dell'uditorio, nel quale io non mi sia cimentato [...]; mi infiamma una forza che non viene dall'ingenium, ma dall'animus, e che fa si' che io non possa tenermi; chi ascolta mai potrebbe prendere fuoco, se non fosse gia' ardente il discorso che gli arriva" (nec umquam is qui audiret incenderetur, nisi ardens ad eum perveniret oratio: orator 132). Cicerone parteggia qui per un'opinione praticamente identica a quella di Antonio, che gia' aveva fatto ricorso alla metafora dell'incendio: "non vi e' alcun materiale tanto infiammabile, che possa prendere fuoco se il fuoco non gli viene accostato, e cosi' non vi e' alcuna mente tanto disposta ad accogliere gli effetti suscitati dall'oratore, che possa prendere fuoco se lo stesso oratore non si accosta a lei infiammato e ardente" (quae possit incendi, nisi ipse inflammatus ad eam et ardens accesserit: de orat. II 190). Nel de divinatione (I 80) - composto dopo le Tusculanae - Cicerone tornera' a insistere sul furor della propria oratoria, raffrontandolo a quello del poeta e dell'attore (di nuovo l'esempio di Esopo!), e facendo esplicito riferimento alla teoria dell'entusiasmo come esposta nel Fedro platonico.

Si e' potuto affermare, con buoni argomenti, che Cicerone, gia' a partire dal de oratore, si muove nella direzione di superare il formalismo dell'insegnamento retorico a proposito della tecnica del "patetico", per fare di quest'ultimo una genuina espressione dei moti dell'animo dell'oratore, una loro visibile traduzione (3); giustamente si e' osservato che gia' nel grande dialogo degli anni cinquanta l'insistenza sul coinvolgimento emotivo dell'oratore cela probabilmente uno spunto polemico nei confronti di una forma embrionale di atticismo, che prelude alla piu' articolata presa di posizione dell'orator (4); mentre non e' stato ancora messo nel dovuto rilievo, a quanto mi risulta, il ruolo che l'esperienza del rinnovamento dell'oratoria ciceroniana dopo il ritorno dall'esilio ha sicuramente giocato nell'elaborazione di queste concezioni. L'identificazione della causa del patrono con quella del cliente nella pro Sestio, il genuino dolor che Cicerone (ad Att. IV 2, 2) asserisce avere ispirato la sua performance nella de domo (5) , costituiscono un evidentissimo presupposto di certe asserzioni di Antonio sul pathos della propria eloquenza nella difesa di Aquilio: non fuit haec sine meis lacrimis, non sine dolore magno miseratio omniumque deorum et hominum et civium [...]. si dolor afuisset meus, non modo miserabilis, sed etiam inridenda fuisset oratio mea (de orat. II 196).

Il passo delle Tusculanae resta, tutto sommato, sostanzialmente isolato all'interno del pensiero ciceroniano; la particolare soluzione del problema del rapporto tra sincerita' e simulazione cui esso approda rimanda probabilmente, come vedremo, a un'attenta sensibilita' verso certe formulazioni peripatetiche; ma lo sfondo piu' generale sul quale il passo si colloca e' pur sempre quello - tipico di tutta quest'opera - di una momentanea adesione alle tesi di uno stoicismo quasi radicale, di una volonta' di totale rigetto di tutte le perturbazioni dell'animo, alla quale non sara' stato estraneo lo sforzo di difendersi dall'abbattimento conseguente al recente gravissimo rovescio di sventure, nella vita pubblica come in quella privata.

Eppure cio' non vale ancora a spiegare del tutto la contraddizione dalla quale siamo partiti: e' necessario cercare, nella stessa esperienza dell'oratore, qualcosa che permetta di rendere ragione di ambedue le soluzioni alternativamente prospettate da Cicerone. E' opportuno cercare di vedere in maniera ravvicinata il modo in cui Cicerone si raffigura le passioni che l'oratore muove, e che muovono lui stesso (6).

Is it not monstrous that this player here, but in a fiction, in a dream of passion, could force his soul so to his own conceit that from her working all his visage wanned; tears in his eyes, distraction in's aspect, a broken voice and his whole function suiting with forms to his conceit? And all for nothing. (SHAKESPEARE, Hamlet, II 2, 557 sgg.)

2. A proposito delle tematiche ciceroniane che qui ci interessano, viene spesso richiamato il Paradoxe sur le comedien di Diderot; non e' stato osservato, mi pare, come questo penetrantissimo saggio inglobi nelle sue pagine conclusive la parafrasi di un passo di Seneca che a sua volta liberamente rielabora Tusc. IV 55:

Mais, dit-on, un orateur en vaut mieux quand il s'echauffe, quand il est en colere. Je le nie. C'est quand il imite la colere. Les comediens font impression sur le publique, non lorsqu'ils sont furieux, mais lorsqu'ils jouent bien la fureur. Dans les tribunaux, dans les assemblees, dans tous les lieux ou l'on veut se rendre maitre des esprits, on feint tantot la colere, tantot la crainte, tantot la pitie, pour amener les autres a ces sentiments divers. Ce que la passion elle-meme n'a pu faire, la passion bien imitee l'execute (7).

"Orator" inquit "iratus aliquando melior est". Immo imitatus iratum. nam et histriones in pronuntiando non irati populum movent, sed iratum bene agentes. et apud iudices itaque et in contione et ubicumque alieni animi ad nostrum arbitrium agendi sunt, modo iram, modo metum, modo misericordiam, ut aliis incutiamus, ipsi simulabimus et saepe id quod veri adfectus non effecissent, efficit imitatio adfectuum. (Sen. ira II 17, 1).

Diderot propende decisamente per il carattere fittizio e artificioso delle passioni rappresentate dall'oratore come dall'attore; due le prove principali: in primo luogo, "se l'attore fosse sensibile, gli sarebbe possibile interpretare due volte di seguito lo stesso personaggio col medesimo fervore e il medesimo successo? Pieno di ardore alla prima rappresentazione, sarebbe esausto e freddo come il marmo alla terza"; in secondo luogo, e' impossibile che anche gli accenti piu' commoventi siano prodotti da un sentimento reale: perche' essi "sono cadenzati, fanno parte di una tecnica di declamazione, piu' bassi o piu' acuti della ventesima parte di un quarto di tono riescono falsi [...]. L'uomo sensibile obbedisce agli impulsi della propria natura e non sa esprimere che il grido del suo cuore: nel momento in cui modera oppure sforza questo grido, non e' piu' lui, e' un attore che recita" (8). Leggendo certe sezioni delle opere retoriche di Cicerone, potrebbe venir fatto di sottoscrivere queste parole di Diderot; sia nel de oratore sia nell'orator, l'autore insiste sulla tecnica da seguire per "entrare" o "uscire" dalla concitazione delle passioni; raccomanda il risparmio degli effetti, ricordando come gli attori riservino l'enfasi e tutta la potenza del gestus alla battuta veramente importante (de orat. III 102); ricorda che Gaio Gracco si faceva spesso accompagnare sulla tribuna da un flautista che, nascosto agli occhi dell'uditorio, aveva il compito di dargli una specie di avvertimento musicale quando la sua voce stava per raggiungere i toni estremi, e percio' sgradevoli, della contentio e della remissio (de orat. III 225). Sotto certi aspetti, si ha l'impressione che il de oratore si sforzi di costruire un modello per l'actio dell'oratore proprio attraverso la tecnica teatrale, dove tutto si trova rigorosamente codificato, e non e' ammesso il minimo fallo; nel de officiis questa regolamentazione oratoria e teatrale verra' parzialmente estesa al comportamento privato: il vir bonus dovra' fare attenzione a non commettere la minima "stecca", neanche con un gesto, neanche con una contrazione delle sopracciglia, pena lo scadere nella considerazione dei suoi simili (9).Il punto che qui ci interessa sono tuttavia le differenze, messe in luce da Antonio, tra la performance dell'oratore e quella dell'attore. Nell'uno e nell'altro puo' destare stupore la continua capacita' di adirarsi, di provare dolore, di essere squassati dai piu' diversi moti dell'animo, specialmente trattandosi di affari altrui: l'attore si cala nei panni di personaggi svariati, l'oratore assume cause che non sembrano riguardarlo personalmente. Antonio non mette in dubbio la realta' della commozione dell'attore, per quanto questi si muova in un mondo di ficta; la assume, semplicemente, come un dato di fatto (10), che per lui vale, a maggior ragione, a giustificare e a dar conto della commozione dell'oratore. Nel caso di quest'ultimo, infatti, non sono in giuoco le vicende e le sventure di eroi antichi o di personaggi mitologici; la difesa di una causa coinvolge profondamente la reputazione dell'avvocato, e soprattutto i doveri morali verso il suo cliente - fides, officium, diligentia -; il patronus non puo' sentirsi davvero estraneo nei confronti di costui, se vuole aspirare alla qualifica di vir bonus. Tanto piu' - e qui Antonio ricorda il processo di Aquilio - quando si vede uno precipitare ingiustamente dalla gloria nel disonore e nella afflizione. In quell'occasione, Antonio pianse di fronte ai giudici, lacero' con violenza la tunica dell'accusato per mostrarne le cicatrici, indelebile ricordo di valorose battaglie in favore dello stato; lo spingeva non l'ars, ma un moto e una passione dell'animo (11); se fosse stato altrimenti, il suo discorso non avrebbe mosso i giudici alla pieta', ma al riso. Esiste, del resto, una forza oggettivamente trascinante delle parole che si pronunciano: essa fa si' che l'oratore sia commosso anche piu' dei suoi ascoltatori. Per tutti questi motivi egli, a differenza dell'attore, non agisce in un ruolo estraneo, ma come assertore della propria stessa personalita': neque ego actor sum alienae personae, sed auctor meae (de orat. II 191 sgg.).

Replicando ad Antonio, Crasso si mostrera' - almeno a questo particolare proposito - molto piu' consapevole delle esigenze dell'ars; senza contrapporla alla natura, egli si sforzera' di saldarla sia con essa sia con una prudentia che, caso per caso, sa suggerire l'atteggiamento piu' opportuno (de orat. III 212). Anche Crasso fa riferimento a un paragone, per differentiam, con l'arte dell'attore: quest'ultimo e' un semplice imitatore della verita', mentre l'oratore puo' definirsi un actor veritatis. La verita', continua Crasso, e' sempre superiore all'imitazione; ma se essa fosse sufficiente a tutte le necessita' dell'actio, non vi sarebbe piu' alcun bisogno dell'arte. Compito dell'attore e' imitare le passioni, dell'oratore mettere in luce (declarare) quelle che effettivamente albergano nel suo animo; ma tali passioni, allo stato naturale, si presentano cosi' confuse da correre il rischio della oscurita' e dell'eclissi; l'arte insegna a portarle a giorno, a metterne in evidenza i tratti salienti. Come il pittore, mescolando pochi colori, puo' ottenere le sfumature piu' varie, cosi' l'oratore, giocando sulla combinazione dei toni della voce, potra' esprimere una vastissima gamma di sentimenti; a questo proposito, egli ha molto da apprendere dalla tecnica dell'attore: non a caso Crasso trae dal teatro gli esempi di cui si serve per illustrare come la voce possa variamente atteggiarsi nelle tonalita' della iracundia, della miseratio, del metus, della voluptas, e cosi' via (de orat. III 214 sgg.).

Ars e prudentia insegnano all'oratore a isolare i confusi elementi di un miscuglio emotivo, a scegliere di volta in volta a quale passione concedere briglia; non sfuggira', neanche qui, il rapporto col modo in cui il vir bonus descritto nel de officiis sapra' comporre con sapienza le proprie tendenze naturali in modo da farne risaltare l'immagine di una personalita' armoniosa. Ma, per il momento, importa di piu' sottolineare come le parole di Crasso costituiscano probabilmente la "spiegazione" che andavamo cercando: le passioni dell'oratore si presentano come qualcosa di ben diverso da banali perturbazioni dell'animo; si tratta piuttosto di passioni suscitabili a piacimento, i cui panni l'avvocato puo' indossare o smettere a seconda delle esigenze della causa, e senza che per questo gli si possa rimproverare una bassa finzione: perche' si tratta sempre di emozioni reali, anche se sapientemente pilotate. L'avere intravisto la natura volontaria di tali emozioni, costituisce l'acutezza della intuizione di Michel.

La formulazione finale di Crasso e' probabilmente la piu' penetrante e complessa alla quale Cicerone sia mai pervenuto (12); il suo actor veritatis puo' felicemente mediare l'antitesi tra ars e spontaneita', tra verita' e imitazione: nella messa in scena dell'oratore, la verita' puo' emergere solo grazie alle accortezze dell'artificio. Se non riflette a fondo su questo paradosso, l'oratore stesso potra' di volta in volta considerare la propria actio come assolutamente spontanea o come frutto di sola simulazione.

3. La performance dell'oratore, aveva sostenuto Antonio, deve essere plena doloris, plena veritatis; solo in tal modo, egli ottiene lo scopo di mostrarsi quale desidera apparire (ut talis videatur qualem se videri velit: de orat. II 176) e di poter condurre o trascinare a forza (vel trahere vel rapere), dovunque gli piaccia, gli animi degli ascoltatori; ma la veritas delle emozioni rappresentate non implica necessariamente una salda convinzione nella bonta' della causa che si sostiene: all'immagine dell'auctor personae suae, che si fa campione (suscipere) della veritas invece di imitarla come l'attore (de orat. II 34), fanno riscontro numerose perplessita' sullo "statuto epistemologico" dell'eloquenza: essa, per Antonio, non puo' dirsi una scientia, in quanto poggia esclusivamente su opinioni sempre mutevoli: "noi parliamo di fronte a gente che ignora, e parliamo di cose che noi stessi ignoriamo. Cosi' avviene che i nostri ascoltatori abbiano in occasioni diverse sentimenti e pareri diversi su una stessa questione, e che noi spesso sosteniamo cause contrarie [...]; che sia io sia Crasso in occasioni diverse sosteniamo tesi diverse su una stessa questione, mentre la verita' non puo' essere che una". In una tale ottica, l'oratoria appare decisamente, ad Antonio, poggiare sul mendacium (de orat. II 30). Non per questo si dovra' abdicare alla sua pratica, che e' possibile anche rinunciando alla scientia e mantenendosi nel puro dominio delle opinioni. Per chi vuole indurre i giudici all'ira, non e' necessario sapere se questa sia un bollore dell'animo o il desiderio di vendicare un'offesa; e a smuovere gli animi della folla non valgono i discorsi dei filosofi, specie di quelli, come gli stoici, che negano la legittimita' delle passioni e accusano chi le suscita di commettere un crimine abominevole. La parola dell'oratore ha invece il compito di fare apparire i mali ancora piu' terribili, e ancora piu' seducenti le cose desiderabili; egli accogliera' in se' medesimo le passioni che intende svegliare nell'uditorio, perche' non vuole certo apparire come un saggio in mezzo agli stolti (de orat. I 220 sg.). L'oratore sa che gli uomini giudicano molto piu' spesso in base a una perturbatio dell'animo - odio, amore, ira, desiderio, dolore o letizia - che non in base a una valutazione razionale o alla stessa veritas (de orat. II 178); non puo' condannare o bandire la perturbatio, perche' essa costituisce, per cosi' dire, la sua materia prima, il fertile terreno da cui germoglia la sua vittoria (13).Anche in questo caso, le formulazioni di Crasso si sforzeranno di risolvere, o di aggirare, la contraddizione; l'oratore che egli auspica apprendera' a fondo la filosofia morale, scegliendo di rifarsi soprattutto alla tradizione peripatetico-accademica, che insegna a sostenere il pro e il contra su ogni questione; proprio per il fatto di fondarsi sul probabile e il verosimile (de orat. III 79 sg.) la dottrina morale permette all'oratore di potenziare le proprie facolta' di persuasione. La filosofia che Crasso pone alla base della formazione retorica autorizza il ricorso ad antilogie senza per questo incorrere nella aporia di mendacium e veritas.

Mi pare si possa osservare che tra il probabilismo del filosofo e quello dell'avvocato resta, comunque, una differenza significativa: il primo si preoccupa di fare emergere una verita', per quanto una verita' non assoluta, e continuamente revocabile in discussione; il secondo mira principalmente a una persuasione che gli concedera' la vittoria. Le "prospettive" che di volta in volta l'avvocato assume finiscono per dipendere da quello che di volta in volta e' il suo officium, la parte che egli sceglie di giocare: "e' compito del giudice, nel processo, ricercare sempre la verita'; del difensore sostenere il verosimile, a volte anche se non e' propriamente vero" (off. II 51). Gia' nella pro Cluentio, a chi gli rinfacciava contraddizioni tra le tesi sostenute in questo processo e in occasioni precedenti, Cicerone aveva risposto in maniera articolata: "in quell'occasione, il mio discorso dipese piuttosto dalle circostanze che non da un mio parere o convincimento. Svolgevo infatti il ruolo di accusatore, e mi ero proposto per prima cosa di muovere gli animi del popolo e dei giudici [...]. Ma sbaglia di grosso chi crede di poter trovare consegnati i nostri convincimenti autentici (auctoritates) alle orazioni tenute di fronte ai tribunali. Tutti quei discorsi appartengono alle cause e alle circostanze, non alla persona degli avvocati. Infatti, se le cause potessero parlare da sole, nessuno si rivolgerebbe a un oratore" (pro Cluent. 139).

4. Tanto la sagacia pratica di Antonio, quanto la piu' raffinata cultura di Crasso, convergono su di un punto: il rigorismo stoico, che pretende di collocarsi sul piano di una scientia assoluta recidendo ogni rapporto con le opinioni fallaci, non e', per l'oratore, di nessuna utilita'. Anzi, in un processo esso puo' addirittura portare alla rovina: come nel caso di Rutilio Rufo, il quale, ingiustamente accusato, impedi' ai suoi difensori il ricorso a qualsiasi "ornamento" o a qualsiasi liberta' oratoria che andasse oltre la nuda ratio veritatis. La difesa fu condotta come se si fosse trattato di parlare nella repubblica di Platone: dagli avvocati di Rutilio non si levo' un gemito, non un'implorazione, non un appello alla patria; nessuno batte' il piede a terra, probabilmente nel timore di essere denunciato agli stoici (de orat. I 229 sg.) (14). Si e' visto come in Tusc. IV 55 Cicerone contraddica ogni propria precedente e successiva affermazione a proposito della sincerita' delle passioni dell'oratore. Quanti tuttavia riconducono questo problematico passaggio a una ispirazione sostanzialmente stoica - e si tratta della maggioranza degli interpreti (15) - non sfuggono all'insormontabile contraddizione che gli stoici (come mostra proprio la vicenda del processo di Rutilio Rufo) avrebbero disapprovato non solo le emozioni reali, ma anche la loro simulazione, che viceversa qui Cicerone raccomanda. Nei nostri studi e' purtroppo frequente l'accanimento esegetico su poche righe isolate dal loro contesto; a comprendere il discorso di Cicerone, tutt'altro che lineare, giovera' rifarsi a qualche pagina addietro nelle Tusculanae. Come gia' abbiamo accennato, Cicerone sta criticando, da un punto di vista stoico, la dottrina peripatetica dell'utilita', in determinati casi, delle passioni violente (IV 43 sgg.); i peripatetici sostengono per esempio che la collera e' necessaria ai combattenti, ai comandanti, e a quanti, all'interno della citta', guidano la gente perbene nell'azione contro gli inprobi; a loro giudizio, e' erroneo fare appello esclusivamente alla ragione quando si tratta di esortare al combattimento in nome delle leggi, della patria, della giustizia.

Cicerone si esprime viceversa, in generale, per la verosimiglianza del punto di vista stoico: le gesta eroiche non hanno bisogno dell'ira, ad esse e' sufficiente la fortitudo; della lunga sequela degli esempi addotti, che si rifanno fino a quello mitologico di Ercole, bastera' qui ricordarne un paio particolarmente significativi: non agivano in preda alla collera ne' Scipione Nasica quando stronco' la sovversione graccana, ne' lo stesso Cicerone quando salvo' la patria soffocando la congiura di Catilina (IV 51-52).

Per Cicerone il caso dell'oratore assume ovviamente una rilevanza del tutto particolare; ecco come egli sunteggia l'opinione peripatetica in materia (IV 43): oratorem denique non modo accusantem, sed ne defendentem quidem probant sine aculeis iracundiae, quae etiamsi non adsit, tamen verbis atque motu simulandam arbitrantur, ut auditoris iram oratoris incendat actio. Nella discussione successiva, egli dapprima elenca l'oratore, al pari dell'imperator e del bellator, tra gli esempi di una fortitudo del tutto esente da rabies (IV 53); fin qui, la sua posizione appare del tutto coerente con quella stoica. Quando ritorna sull'argomento, in IV 55, Cicerone sembra tuttavia voler tenere la figura dell'oratore almeno in parte "staccata" dalle altre; il suo metodo filosofico di ricerca del "probabile" attraverso il confronto delle diverse dottrine, sembra condurlo a un tentativo di compromesso - quanto felice, e' altra questione (16) - tra la soluzione peripatetica e quella stoica; e' "stoica" l'assenza di reale iracundia nell'animo dell'oratore; e' "peripatetica" (ma prima di tutto fondata sull'eccezionale esperienza in materia dello stesso Cicerone) la rivendicazione della necessita' di simulare questa ed altre passioni.In altre parole, neppure nelle Tusculanae Cicerone sa rinunciare - come un'adesione totale alle tesi stoiche avrebbe richiesto - alla funzione somma dell'oratoria, al suo costituire un inarrivabile strumento di dominio sulle coscienze. L'oratore delle Tusculanae aspira alla sapienza filosofica, ma resta consapevole dell'avvertimento di Antonio, di non presentarsi come un saggio in mezzo agli stolti. Percio' anche il nostro testo si guarda bene dal condannare, "stoicamente", come un nefarium scelus (de orat. I 220) l'arte ammaliatrice dell'oratore. Anzi costui, proprio in quanto sapiente, dovra' saper sfruttare le emozioni irrazionali che muovono gli altri uomini: "l'ira va bene per un centurione, per un vessillifero (17) , o per altri dei quali non e' qui il caso di parlare, a meno di non voler svelare gli arcani dei retori" (ne rhetorum aperiamus mysteria: Tusc. IV 55). Antonio, in un passo che abbiamo gia' ricordato (II 178), aveva tuttavia sostanzialmente rivelato come tali arcani si riducessero, in ultima analisi, alla necessita' della perturbatio animi negli oggetti del dominio oratorio: essa e' utile perche' il centurione sia spinto a morire per la patria, i giudici a condannare o ad assolvere un imputato, il popolo a votare una legge...(18).

L'oratore delle Tusculanae - che e' quasi un filosofo - puo' insomma rinunciare alle passioni, ma non alla loro simulazione. In un caso estremo non potra' rinunciarvi neppure il gentiluomo del de officiis: possono darsi circostanze in cui, durante una conversazione privata, si sia costretti a muovere rimproveri all'interlocutore, con una certa durezza; allora si dovra' alzare il tono della voce, ricorrere a parole taglienti, mostrare, in tutto l'atteggiamento, i tratti dell'ira; ma senza essere davvero in preda alla collera (off. I 136). Si tratta, dicevo, di un caso estremo, che Cicerone paragona al drastico ricorso a un'operazione chirurgica: in genere, quando sia necessario redarguire l'altro, il vir bonus sapra' accontentarsi di una blanda reprimenda (ibid. 137). Il fatto e' che la parola dell'oratore si muove nel mondo della contentio, i tribunali e il foro; quella del vir bonus nel mondo del sermo, i circoli privati. Percio' l'autocontrollo che si richiede all'uno e' diverso da quello necessario per l'altro; il successo sociale del vir bonus dipende in buona parte dalla capacita' di lasciar trapelare le proprie emozioni solo attraverso accenni lievi e sfumati (19); viceversa l'oratore, soprattutto nelle sezioni "patetiche" del suo discorso, deve di volta in volta accentuare i tratti di una passione fondamentale; pur senza assumere i lineamenti tesi e stravolti dell'ira (il che sarebbe comunque sconveniente) dovra' significarla attraverso uno sguardo acceso e infocato (de orat. III 222). L'oratore descritto da Antonio riesce a odorare con olfatto sopraffino le sensazioni e le aspettative del suo uditorio (de orat. II 186); cavalca la tigre dell'emotivita' popolare, mira al dominio sugli altri mediante la concitazione dei loro sentimenti. Se il pubblico e' gia' orientato nella direzione in cui l'oratore vuole spingerlo, questi si limitera' a sciogliergli la briglia; se e' calmo e pacato, ne suscitera' le emozioni; se e' avverso, lo pieghera' al proprio volere.

5. E' noto come il problema della simulatio costituisca una impasse gravissima, una falla reale del sistema etico che Cicerone elabora nel de officiis (20). La natura del vir bonus ha da essere simplex, schietta e trasparente; eppure egli, come l'oratore descritto da Crasso, dovra' operare una attenta regia dei propri comportamenti. Da questa alla simulatio il passo puo' anche essere breve, la distinzione labile e sfuggente. Dietro la maschera della persona perbene potrebbe celarsi il falso amico, l'adulatore dei singoli e delle masse. L'attitudine a "filtrare" le proprie emozioni attraverso il vaglio della ragione puo' facilmente trapassare in un comportamento astutamente mimetico nei confronti dell'interlocutore. Distinguere il vir bonus dal perfido simulatore puo' allora divenire un'impresa difficile; in certi casi, a capire quale sia la realta' celata dietro la maschera aiuteranno, tuttavia, le "scelte di campo". Almeno nella vita pubblica, "simulatori" e "adulatori", per Cicerone, si situano con una certa frequenza nelle file dei populares: sono gli oratori che blandiscono il popolo con proposte demagogiche (Lael. 92 sgg.); la visione dell'eloquenza democratica come kolakeia delle masse rimontava, del resto, al Gorgia di Platone.

La durissima condanna che nel de officiis Cicerone pronuncera' contro i "falsi" stride solo in apparenza con l'immagine dell'oratore- simulator disegnata nelle Tusculanae; a costui la simulazione delle passioni puo' essere concessa, perche' egli, nella sua saggezza, se ne serve non per carezzare il popolo, ma per dominarlo e piegarlo alla propria volonta', la volonta' dei boni. Resta il fatto che l'ars retorica dell'oratore-sapiens non differisce da quella dell'agitatore popolare; sara' il caso di ricordare che in un testo rigorosamente tecnico come le partitiones (90) Cicerone aveva insistito sulla necessita' di far balenare di fronte agli occhi del popolo le seducenti prospettive della voluptas e di svariati vantaggi economici: la tattica che lo stesso Cicerone aveva seguito nella pro lege Manilia. E ricordiamo ancora come l'oratore di Antonio scelga talora di addossarsi e di ingigantire le passioni del vulgus (de orat. I 221): anche qui, il confine con l'adulatore e' terribilmente sfumato...

Nasce, pertanto, il bisogno di contrappesi. La versatilita' dell'oratore costituisce un pericolo grave, quando non venga controbilanciata dal correttivo di virtu' che la mantengano ancorata al sistema di valori in cui la gente perbene si riconosce. L'eloquenza disgiunta dalla sapientia ha per lo piu' rovinato gli stati, spiegava gia' il giovane Cicerone in apertura del de inventione: considerazioni che verranno riprese in maniera articolata da Scevola nel libro I del de oratore; al motivo fara' eco Sallustio disegnando il ritratto di Catilina: cuius rei lubet simulator ac dissimulator [...]; satis eloquentiae, sapientiae parum (bell. Catil. 5, 4). E Crasso, rendendosi ben conto dei gravissimi pericoli insiti nella magia ammaliatrice dell'oratore, insistera' perche' probitas e prudentia siano saldamente radicate nel suo ethos: consegnare l'arte della parola a chi manchi di queste virtu', equivale a mettere delle armi nelle mani di forsennati (de orat. III 55). Cicerone non denuncia un altro pericolo: che alla probitas venga meno lo stesso rappresentante dei boni; basti un solo, clamoroso esempio. Nel 61-60, per motivi di convenienza politica, Cicerone si fa, per quanto controvoglia, sostenitore di una serie di esose richieste del ceto equestre; cosi' egli descrive ad Attico il proprio exploit retorico in quell'occasione: "ho biasimato il senato con grande autorevolezza, e in una causa scarsamente rispettabile sono riuscito non poco solenne e facondo. Ed eccoti un'altra piacevolezza dei cavalieri, questa davvero intollerabile [...], che io non solo ho tollerato, ma alla quale ho prestato la mia eloquenza..." (ad Att. I 17, 8 sg.).

Per chi sappia che Cicerone non sempre parlava secondo la sua piu' profonda convinzione, puo' risultare semplicemente incredibile il rammarico dell'Emiliano (in un passo del libro V del de re publica del quale ci e' purtroppo difficile ricostruire il contesto) per l'assenza di gravi sanzioni nei confronti di quegli oratori che manipolano l'altrui capacita' di valutazione con l'incanto della loro eloquenza: cumque nihil tam incorruptum esse debeat in re publica quam suffragium, quam sententia, non intellego cur qui ea pecunia corruperit poena dignus sit, qui eloquentia, laudem etiam ferat. Mihi quidem hoc plus mali facere videtur qui oratione quam qui pretio iudicem corrumpit, quod pecunia corrumpere pudentem nemo potest, dicendo potest (de re publica V 11 Ziegler = Amm. Marc. 30, 4, 10).

6. Contraddizioni e paradossi dell'oratore rimandano allo statuto ambiguo di un'ars continuamente oscillante tra la sapientia etico- politica e la nuda tecnica del dominio sull'uditorio. Sul piano gnoseologico Cicerone aderisce, particolarmente nella produzione filosofica degli anni maturi, allo scetticismo neoaccademico, il quale, senza negare l'esistenza di una verita' oltre i fenomeni, si preoccupa soprattutto di garantire la possibilita' di una conoscenza probabile, utile a orientare l'azione e ad essa funzionalizzata; ma gia' nel giovanile de inventione, forse in parte sotto l'influsso dell'insegnamento di Filone, Cicerone si era rivelato estremamente sensibile alla ribaltabilita' di molte argomentazioni, al necessario frantumarsi della veritas nel caleidoscopio di molteplici "prospettive" (21) .

Relativismo e prospettivismo dell'avvocato non sono estranei alla riscoperta delle dottrine probabilistiche negli anni della maturita': lo stesso metodo che aveva aiutato il patronus nei disinvolti mutamenti di opinione, offre una via di orientamento al filosofo che, sperduto nella crisi dei valori consolidati, procede con molti ondeggiamenti, ma con totale sincerita' di intenti, nella ricerca dei fondamenti della vita associata. Nel suo approccio alla realta', lo "scettico" neoaccademico sembra voler piegare ai suoi ben diversi fini certi atteggiamenti dell'avvocato, cui la consuetudine con i tribunali ha insegnato che la verosimiglianza persuasiva non coincide necessariamente con la verita'; e che la verosimiglianza, a differenza della verita', non e' mai definitiva, ma sempre revocabile in discussione. Come l'oratore puo' sostenere eadem de re alias aliud (de orat. II 30), cosi', ricordera' Cicerone a Bruto in chiusura dell'orator (par. 237) "e' ben possibile che io abbia opinioni diverse in diversi momenti (potest [...] mihimet ipsi aliud alias videri). Neanche a proposito dei problemi di piu' grave importanza, ho mai trovato qualcosa di piu' saldo a cui attenermi, o in base al quale indirizzare il mio giudizio, di cio' che mi apparisse maggiormente verosimile: la verita', in quanto tale, rimane occulta". Anche queste parole possono forse servire a dar conto della contraddizione dalla quale siamo partiti.

NOTE

(1) L'idea che il testo scritto dell'orazione perda comunque molto, in concitazione emotiva, rispetto all'orazione effettivamente pronunciata, ricorre con una certa frequenza nelle opere di Cicerone: cfr. per es. Brut. 93, su Galba.

(2) Cfr. Michel, Rhetorique et philosophie chez Ciceron (Paris, 1960), pp. 247 sgg.

(3) Cfr. Desmouliez, Ciceron et son gout. Essai sur une definition d'une esthetique romaine a la fin de la Republique (Bruxelles, 1976), pp. 200 sgg.; va ora aggiunto J. Wisse, Ethos and Pathos from Aristotle to Cicero (Amsterdam, 1988), passim.

(4) Cfr. Wisse, Ethos and Pathos from Aristotle to Cicero, pp. 265 sgg.

(5) Cfr. la mia Introduzione a Cicerone (Roma-Bari, 1992) pp. 92, 97 sg.

(6) W. Kroll, nella voce 'Rhetorik', in R-E. Suppl. VII, 1940, col. 1059 faceva osservare come l'idea che l'oratore deve provare le passioni che intende suscitare nell'uditorio si trovasse gia', in germe, in Aristotele, Poetica 17, 1455 a. In termini densi quanto in parte oscuri, Aristotele - in singolare anticipo su certe riflessioni novecentesche sulla sensibilita' dell'artista - si pone il problema della immedesimazione dell'autore nei suoi personaggi: sua opinione sembra essere che questa immedesimazione e' possibile o per chi sia in preda alle stesse passioni che vuole rappresentare, o per chi sia per natura estremamente versatile. Sulla questione si vedano, da ultimo: C. Gill, 'The Ethos-Pathos Distinction in Rhetorical Theory and Literary Criticism', CQ 34 (1984), pp. 149-166; Leeman-Pinkster, commento a de oratore, vol. III p. 130; Wisse, Ethos and Pathos from Aristotle to Cicero, p. 265.

(7) Denis Diderot, Paradoxe sur le comedien, in Oeuvres, a cura di A. Billy (Paris, 1951), p. 1057.

(8) Diderot, Paradosso sull'attore, trad. it. (Milano, 1960), pp. 25, 46.

(9) Piu' ampie considerazioni nel mio Modelli etici e societa'. Un'idea di Cicerone (Pisa, 1989), pp. 169 sg.

(10) Cfr. anche pro Sestio 120, Aesopus summi poetae ingenium non solum arte sua sed etiam dolore exprimebat.

(11) Anche qui e' particolarmente importante il confronto con la prassi di Cicerone; cfr. quanto egli sosterra' nell'orator (par. 130) a proposito della propria eccellenza nel "patetico": in quo ut viderer excellere non ingenio sed dolore assequebar; e ancora, per esempio, il modo in cui egli spiega la sua actio fortemente emotiva nel passaggio della pro Caelio (par. 60) che rievoca la morte di Metello Celere: haec facta illius clarissimi ac fortissimi viri mentio et vocem meam fletu debilitavit et mentem dolore impedivit.

(12) La mia interpretazione concorda abbastanza con quella di P. H. Schryvers, Invention, imagination et theorie des emotions chez Ciceron et Quintilien, in Rhetoric Revalued, edited by B. Vickers (New York, 1982), p. 47, secondo il quale e' grazie alla sua capacita' nella inventio che l'oratore descritto da Antonio sa svegliare in se stesso le emozioni volute: l'arte di persuadere gli altri e' in primo luogo l'arte di persuadere se stesso. Viceversa Wisse non sembra offrire una soluzione del tutto coerente. In Ethos and Pathos from Aristotle to Cicero, pp. 257 sgg. egli sembra sostanzialmente banalizzare il pensiero di Cicerone, sostenendo che sua idea era probabilmente che la simulazione e' talora necessaria, per quanto le emozioni autentiche siano in genere piu' efficaci di quelle fittizie; in Ethos and Pathos from Aristotle to Cicero. p. 297 lo studioso si avvicina maggiormente all'interpretazione che io ritengo corretta, anche se crea inutili complicazioni la sua asserzione che, da parte di Antonio, quella dell'ipse ardere rappresenta una richiesta di efficacia e non di sincerita'.

(13) Cfr. orator 69 (a proposito degli officia dell'oratore): probare necessitatis est, delectare suavitatis, flectere victoriae; Brutus 89 cum [...] multo [...] plus proficiat is qui inflammet iudicem quam ille qui doceat; ecc.

(14) La mancanza di simili esternazioni emotive viene altrove usata per indurre il sospetto della sostanziale mancanza di convinzione dell'oratore verso la sua causa; cfr. Brutus 278: tu istuc, M. Calidi, nisi fingeres, sic ageres? [...] Ubi dolor? Ubi ardor animi [...]? Nulla perturbatio animi, nulla corporis, non frons percussa, non femur; pedis, quod minimum est, nulla supplosio. Wisse, op. cit. p. 264, osserva opportunamente come in questo passo a provare la finzione sia chiamata proprio l'assenza dei piu' facili effetti emotivi, ampiamente divulgati nei manuali.

(15) Compresi Wisse, Ethos and Pathos from Aristotle to Cicero, p. 267 e Leeman-Pinkster, commento a de oratore, vol. III p. 145.

(16) La soluzione raggiunta da Crasso nel de oratore e' psicologicamente molto piu' penetrante che non questo tentativo, del tutto "dottrinario", di sutura di opinioni contrastanti.

(17) Va sottolineato un ulteriore elemento di contraddizione con quanto precede: in IV 53 anche il bellator e' esplicitamente elencato tra coloro che compiono gesta gloriose grazie alla fortitudo, senza cadere preda dell'iracundia; evidentemente si aggrovigliano due discorsi inconciliabili: secondo il primo il bellator, per il suo eroismo, e' equiparato alla gloriosa e consapevole dignita' dell'imperator o dell'oratore; in base al secondo, e' rigettato tra gli esseri privi di ragione, e considerato oggetto passivo di una persuasione strumentale.

(18) Tutta l'argomentazione e' chiarita e amplificata da Seneca, ira II 14 1, che probabilmente ha nell'orecchio il passo delle Tusculanae: numquam itaque iracundia admittenda est, aliquando simulanda, si segnes audientium animi concitandi sunt, sicut tarde consurgentis ad cursum equos stimulis facibusque subditis incitamus. Aliquando incutiendus est iis metus apud quos ratio non proficit.

(19) Cfr. il mio Modelli etici e societa', pp. 175 sg.

(20) Trattazione piu' approfondita nel mio Modelli etici e societa', pp. 108 sg., 150 sg. e altrove.

(21) Per esempio, nel libro II (16 sgg.), tutta la lunga trattazione dei luoghi comuni rintracciabili nei diversi status delle cause e' svolta dai contrapposti punti di vista dell'accusatore e del difensore: al primo spetta di rovesciare i pregi e le qualita' in difetti e in colpe, e al secondo, ovviamente, fare l'esatto contrario.

Emanuele Narducci
narducci@risc.idg.fi.cnr.it

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Electronic Antiquity Vol. 2 Issue 5 - March 1995
edited by Peter Toohey and Ian Worthington
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ISSN 1320-3606

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